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Per un matrimonio personalizzato non basta avere il buon gusto.
Nel nostro settore utilizziamo continuamente alcune parole. Elegante. Raffinato. Romantico. Naturale. Contemporaneo. Luxury.
Sono parole utili perché ci permettono di sintetizzare velocemente una percezione. Ma c’è un problema. Se vogliamo progettare, non possiamo fermarci alla percezione.
Dobbiamo capire come è stata costruita.
“È elegante.” Perché?
Proviamo a guardare la fotografia di una mise en place. La prima reazione potrebbe essere: “È elegante.” Perfetto.
Adesso eliminiamo la parola elegante. Cosa rimane? Forse una palette molto ridotta. Una prevalenza di superfici opache. Pochi elementi. Molto spazio tra un oggetto e l’altro. Una composizione floreale bassa. Materiali naturali. Una luce laterale morbida. Un ritmo visivo molto controllato.
Improvvisamente abbiamo molte più informazioni. “Elegante” ci raccontava il risultato.
L’analisi ci racconta come quel risultato è stato ottenuto. Ed è questa seconda informazione che possiamo utilizzare per progettare.
Gusto e design non sono la stessa cosa
Avere gusto è una qualità preziosa.
Significa avere sensibilità. Saper scegliere. Riconoscere ciò che ci sembra armonioso. Costruire associazioni. Ma il design richiede qualcosa in più. Richiede la capacità di trasformare una sensazione in una serie di decisioni.
Se dico: “Voglio creare intimità”, devo poter decidere come. Attraverso la luce? Attraverso la scala dello spazio? Attraverso la distanza tra gli ospiti? Attraverso la disposizione delle sedute? Attraverso la materia? Attraverso il suono? Attraverso il servizio? Attraverso il ritmo dell’esperienza?
Il design inizia quando la sensazione diventa intenzione e l’intenzione diventa scelta.

Imparare a vedere prima di imparare a fare
Una delle competenze che considero più importanti per chi progetta eventi è l’osservazione.
Non intesa come capacità di guardare molte immagini. Ma come capacità di scomporle. Quando guardiamo una fotografia possiamo allenarci a leggere almeno nove elementi: colore, forma, materia, texture, luce, scala, proporzione, ritmo, spazio.
Non sono categorie teoriche fini a se stesse. Sono leve. E modificando anche una sola di queste leve possiamo cambiare radicalmente la percezione del progetto.
Colore: non soltanto palette
Nel wedding siamo abituati a parlare di palette quasi come se fosse uno strumento di personalizzazione.
Ma il colore non è semplicemente una sequenza di campioni da inserire nel moodboard. Conta quanto colore utilizziamo. Dove. In quale rapporto. Quanto è saturo. Quanto contrasta con ciò che lo circonda. Se è dominante o se compare soltanto come accento. La stessa tonalità può produrre effetti molto diversi a seconda della superficie, della luce e della quantità in cui viene utilizzata. Per questo “palette beige e verde” non è ancora una decisione progettuale completa. È soltanto l’inizio.
Forma: il linguaggio delle linee
Le forme influenzano profondamente il modo in cui percepiamo un ambiente. Linee molto rigide possono creare ordine e struttura. Forme organiche possono introdurre movimento. La verticalità può portare lo sguardo verso l’alto. Una composizione orizzontale può creare continuità. Curve, ripetizioni, interruzioni e geometrie costruiscono un linguaggio prima ancora che noi ce ne rendiamo conto. Quando una cliente salva continuamente forme morbide e organiche, forse non sta semplicemente scegliendo “quel tipo di fiore”. Sta raccontandoci qualcosa sul modo in cui desidera percepire lo spazio.
Materia e texture: ciò che l’immagine quasi ci fa toccare
Una superficie perfettamente lucida e una superficie ruvida possono avere lo stesso colore e comunicare qualcosa di completamente diverso.
Lino, seta, vetro, ceramica, metallo, pietra, carta, legno. Non sono soltanto materiali. Hanno peso visivo. Riflettono o assorbono la luce. Introducono perfezione o imperfezione. Creano distanza o desiderio di toccare. Un progetto molto materico può comunicare una forma di lusso profondamente diversa da un progetto costruito prevalentemente su superfici lucide e riflettenti. Il valore non sta nella quantità di materiali preziosi. Sta nella coerenza con cui vengono scelti.

Luce: progettare ciò che non possiamo toccare
Possiamo spendere settimane scegliendo fiori, sedie e tovagliati e poi considerare la luce soltanto alla fine. Eppure la luce può modificare tutti quegli elementi. Una ceramica sotto una luce naturale diffusa non è la stessa ceramica illuminata frontalmente con una luce fredda. Una sala alle cinque del pomeriggio non è la stessa sala alle dieci di sera. La luce modifica colore, materia, profondità, ombra e percezione dello spazio. Per questo non dovrebbe limitarsi a documentare il design.
Dovrebbe farne parte.
Scala e proporzione: quanto conta la relazione
Un elemento non è grande o piccolo in assoluto.
È grande o piccolo rispetto a qualcosa. Una composizione floreale monumentale in una sala enorme può sembrare perfettamente proporzionata. La stessa composizione in uno spazio raccolto può diventare teatrale, invasiva o volutamente sorprendente. La scala crea gerarchia. La proporzione costruisce relazione. E spesso il senso di sofisticazione di un progetto dipende molto più da questi rapporti che dalla quantità di decorazione.
Ritmo: ciò che fa muovere lo sguardo
Il ritmo nasce dalla ripetizione, ma anche dalla variazione.
Una sequenza perfettamente identica crea un tipo di ordine. Una sequenza in cui altezza, forma o distanza cambiano progressivamente crea un altro tipo di movimento. Pensiamo alle candele. Dieci candele identiche, perfettamente equidistanti, producono una sensazione. Candele di altezze differenti alternate a fiori, vuoti e oggetti producono un’altra. Gli elementi possono essere gli stessi. È cambiato il ritmo. Il ritmo è un elemento prezioso della personalizzazione.
Spazio: progettare anche ciò che non mettiamo
Forse uno degli aspetti più sottovalutati nel wedding design è il vuoto.
Siamo spesso concentrati su cosa aggiungere. Più fiori. Più candele. Più dettagli. Più elementi.
Ma lo spazio vuoto è parte della composizione. Dà respiro. Crea gerarchia. Permette a un elemento di acquisire importanza. Può comunicare calma, rigore, essenzialità e persino lusso. A volte la scelta progettuale più sofisticata non consiste nel trovare cosa aggiungere. Consiste nel sapere cosa lasciare fuori.
Perché tutto questo ci rende più liberi da Pinterest
Quando impariamo a leggere questi elementi, accade qualcosa di interessante. La fotografia smette di essere una soluzione. Diventa un caso da analizzare. Non ho più bisogno di copiare una tavola perché so riconoscere quali relazioni mi interessano. Posso conservare il ritmo e cambiare i materiali. Posso mantenere l’intimità e cambiare la luce. Posso conservare l’organicità e cambiare completamente il floral design. Posso mantenere la sensazione di leggerezza eliminando tutti gli oggetti presenti nella reference. La competenza progettuale aumenta le possibilità. La copia, invece, le riduce.
“So perché funziona”
È questa la frase a cui vorrei arrivare.
Non soltanto: “Mi piace.” Ma: “So perché mi piace.”
E poi: “So quali elementi stanno producendo questo effetto.”
E infine: “So come ottenere un effetto simile attraverso scelte completamente differenti.”
Sono tre livelli molto diversi. Il primo riguarda il gusto. Il secondo riguarda l’analisi. Il terzo riguarda il design. Ed è nel passaggio tra questi tre livelli che, secondo me, una wedding planner può costruire una capacità progettuale molto più personale. Non abbiamo bisogno di vedere più immagini. Ne vediamo già migliaia.
Abbiamo bisogno di imparare a vedere ciò che, dentro quelle immagini, normalmente non vediamo.
Perché quando impariamo a riconoscere gli elementi, possiamo ricombinarli. E quando possiamo ricombinarli, possiamo iniziare davvero a progettare e rendere il progetto del matrimonio davvero personale, identitario, unico.
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