Passa al contenuto principale

Il futuro delle wedding planner: quando organizzare non sarà più sufficiente

| Maria | ,

Tempo stimato:

6

Wedding planner vs l’AI : come cambia il modo di organizzare i matrimoni

C’è una convinzione che porto avanti da tempo e che oggi mi sembra sempre più evidente. Il mercato delle wedding planner non scomparirà. Si dividerà. Da una parte ci saranno professioniste chiamate a organizzare e coordinare ciò che la coppia ha già immaginato. Dall’altra ci saranno professioniste cercate proprio perché capaci di immaginare qualcosa che la coppia, da sola, non avrebbe saputo concepire.

Entrambe saranno wedding planner.
Entrambe potranno essere ottime professioniste.

Ma non offriranno lo stesso valore. E, soprattutto, credo che difficilmente occuperanno la stessa posizione sul mercato.

L’intelligenza artificiale non è il problema

Quando si parla di futuro delle professioni creative, la conversazione finisce quasi inevitabilmente sull’intelligenza artificiale. Ci sostituirà? Creerà matrimoni? Farà moodboard migliori delle nostre? Troverà idee al posto nostro? Credo siano le domande sbagliate. Perché non penso che il problema sia stabilire se l’intelligenza artificiale sarà capace di fare il nostro lavoro.

La domanda interessante è un’altra: quale parte del nostro lavoro diventerà sempre più facile da replicare, automatizzare o rendere accessibile? Oggi una coppia dispone già di strumenti che pochi anni fa non aveva. Può trovare migliaia di riferimenti visivi. Può confrontare stili. Può creare moodboard. Può chiedere idee. Può costruire checklist. Può elaborare concept iniziali. Può trovare alternative a qualcosa che ha visto. Può persino utilizzare l’intelligenza artificiale per sviluppare un’immagine abbastanza precisa di ciò che vorrebbe. Questo non significa che sappia organizzare un matrimonio. E non significa neppure che sappia trasformare tutte queste informazioni in un progetto coerente e realizzabile.

Significa però che l’accesso alle idee non è più un privilegio del professionista. Ed è qui che il mercato cambia.

Le idee stanno diventando abbondanti. La visione no.

Per anni una parte del valore del professionista è stata legata anche all’accesso.

Conoscere i fornitori giusti. Sapere dove cercare. Avere riferimenti che il cliente non possedeva. Portare idee che non aveva ancora visto. Oggi l’accesso è enormemente più semplice. Possiamo chiedere a una macchina cento idee per un centrotavola in pochi secondi. Possiamo generare decine di immagini. Possiamo cercare matrimoni celebrati dall’altra parte del mondo senza muoverci dal divano. Possiamo salvare migliaia di riferimenti su Pinterest. Ma cento idee non equivalgono a una visione. Anzi.

Più aumenta la quantità delle possibilità disponibili, più diventa preziosa la capacità di scegliere.

Il valore si sta spostando dall’avere idee al possedere un criterio. Sapere cosa prendere. Cosa eliminare. Cosa trasformare. Cosa mettere in relazione con qualcosa che apparentemente non appartiene nemmeno al mondo wedding. E soprattutto sapere perché.

Il rischio più grande non è che l’AI inizi a creare come noi

È che noi continuiamo a creare come lei. Prendere immagini già esistenti. Individuare pattern. Mescolare riferimenti. Cambiare una palette. Sostituire un materiale. Aggiungere qualche dettaglio personale. Restituire una versione leggermente diversa di qualcosa che abbiamo già visto. Se questo è il nostro processo creativo, dobbiamo porci una domanda piuttosto scomoda: quanto sarà realmente difficile replicarlo?

È per questo che non credo che la risposta all’intelligenza artificiale sia diventare più veloci, produrre più moodboard o trovare ancora più ispirazioni.

Credo sia esattamente il contrario. Dovremo diventare più profondi.

Personalizzare non significa modificare

Nel wedding utilizziamo moltissimo la parola “personalizzazione”. Talmente tanto che rischia di perdere significato. Cambiare il colore di un progetto non significa necessariamente personalizzarlo. Inserire le iniziali degli sposi non significa necessariamente raccontarli. Aggiungere un elemento della loro storia a un’estetica già costruita non significa necessariamente aver creato qualcosa per loro. Esiste una differenza enorme tra adattare un progetto a una coppia e far nascere il progetto dalla coppia.

Nel primo caso parto da una soluzione e la modifico. Nel secondo parto dalle persone e non so ancora dove arriverò. Ed è proprio questa seconda strada a interessarmi. Perché il risultato può diventare imprevedibile.

Può arrivare dall’arte, dall’architettura, da un ricordo, da un viaggio, da un’abitudine apparentemente insignificante, da un oggetto conservato per anni, da una conversazione, da un paesaggio, da una materia.

Il matrimonio smette così di essere la somma di elementi belli.

Diventa un sistema di significati.

Le wedding planner del futuro

Credo quindi che vedremo emergere sempre più chiaramente due aree professionali.

Ci saranno wedding planner con una fortissima competenza organizzativa e gestionale.

Professioniste capaci di prendere l’idea del cliente e trasformarla in realtà attraverso pianificazione, budget, logistica, gestione dei fornitori e coordinamento. È un lavoro importante. E continuerà ad esserlo. Potremmo definirle, senza alcuna accezione negativa, project manager dell’evento. Ma accanto a loro crescerà un’altra figura. Una professionista che non viene scelta soltanto per realizzare un progetto. Viene scelta per il modo in cui pensa. Per la sua sensibilità. Per il suo bagaglio culturale. Per le connessioni che riesce a vedere. Per le domande che pone. Per il modo in cui interpreta le persone. Perché affidarle un matrimonio significa accedere a una visione che non potrebbe essere acquistata nello stesso modo altrove.

Ed è qui che entra una parola che credo utilizzeremo sempre di più: autorialità.

Dalla creatività all’autorialità

Essere creativi non significa necessariamente essere autori. Una persona creativa può produrre molte idee. Un autore possiede un punto di vista. E quel punto di vista attraversa ciò che crea senza trasformare ogni progetto nella copia del precedente. È un paradosso interessante. La vera autorialità non consiste nel fare matrimoni tutti riconoscibili perché esteticamente uguali. Consiste nel possedere un processo, una profondità e uno sguardo riconoscibili pur arrivando ogni volta a risultati differenti. Perché la firma non è necessariamente nel colore, nel fiore o nell’allestimento. La firma è nel pensiero. Ed è molto più difficile copiarla.

Pinterest non è il nemico

Per questo credo sia arrivato anche il momento di smettere di trattare Pinterest come il grande nemico della creatività nel wedding. Pinterest è uno strumento. Il problema nasce quando il processo progettuale termina lì dove dovrebbe iniziare. Una coppia porta una board. Possiamo replicarla. Possiamo migliorarla. Oppure possiamo chiederci: Perché avete salvato proprio queste immagini?Cosa vi attrae? È davvero il colore? O è la sensazione? È il fiore? O la sua imperfezione? È quella tavola? O il tipo di convivialità che suggerisce? È quell’ambiente? O il modo in cui la luce entra nello spazio? Quando iniziamo a fare queste domande, l’immagine smette di essere un modello da seguire. Diventa un indizio. E da quell’indizio possiamo allontanarci moltissimo dall’immagine originale arrivando, finalmente, alla coppia.

Il nuovo lusso sarà difficile da replicare

Questo cambiamento sarà particolarmente evidente nel mercato premium. Perché quando l’accesso a oggetti belli, immagini sofisticate e riferimenti estetici diventa sempre più semplice, possederli non basta più a creare esclusività. Il lusso non può essere soltanto abbondanza. E nemmeno riconoscibilità di elementi costosi. Per me il valore più interessante si sposterà verso ciò che è specifico, colto, intenzionale e irripetibile. Non irripetibile perché tecnicamente impossibile da copiare. Ma perché perderebbe significato se venisse copiato. Questo è il tipo di personalizzazione che mi interessa. Un progetto così aderente alla storia, alla sensibilità e alle persone per cui è stato creato che utilizzarlo per un’altra coppia sembrerebbe semplicemente sbagliato.

La domanda che ogni wedding planner dovrebbe iniziare a farsi

Non è: “Come posso usare l’intelligenza artificiale?” Naturalmente dovremo imparare a utilizzarla. E credo che possa diventare uno strumento straordinario. Ma prima viene un’altra domanda: “Quale parte del mio valore non voglio delegare a nessuno strumento?” La capacità di organizzare? La cultura estetica? La progettazione? La lettura delle persone? Il gusto? La capacità di costruire esperienze? La sensibilità? La visione?

E poi una domanda ancora più difficile: “Perché una coppia dovrebbe scegliere il mio modo di pensare invece di quello di un’altra professionista?”

Se non sappiamo ancora rispondere, non significa che dobbiamo avere paura del futuro. Significa che abbiamo del lavoro interessante da fare. Dobbiamo conoscere meglio noi stesse. Ampliare ciò che osserviamo. Coltivare interessi che vadano oltre il wedding.

Costruire cultura. Allenare il pensiero progettuale. Imparare a leggere le persone prima ancora delle loro Pinterest board. E trasformare talenti, sensibilità ed esperienze in un metodo di lavoro. Perché credo che il mercato delle wedding planner non stia andando verso una professione meno creativa. Sta andando nella direzione opposta. Quando gli strumenti permetteranno a tutti di fare di più, acquisterà valore chi avrà qualcosa di proprio da dire. E forse questa sarà la vera divisione del mercato. Tra chi sarà chiamato per organizzare ciò che il cliente ha già immaginato. E chi sarà cercato perché capace di immaginare ciò che ancora non esiste.

Il futuro non appartiene alla wedding planner che possiede più idee.

Appartiene a quella che possiede un punto di vista.

Wedding Planner • Maria Mayer • firma

Vuoi anche tu ricevere, news, idee, ispirazioni, non troppo spesso?
Iscriviti alla mia newsletter.