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Il problema è ciò che facciamo dopo averlo aperto. Usa Pinterest come uno strumento per le wedding planner.
Pinterest non è il nemico delle wedding planner. Il problema è cosa facciamo dopo averlo aperto. Per anni Pinterest è stato considerato contemporaneamente uno dei migliori amici e uno dei peggiori nemici di chi lavora nel wedding. È una fonte inesauribile di immagini, riferimenti, soluzioni e suggestioni. Ma è anche il luogo in cui una stessa idea può essere salvata, replicata, modificata e nuovamente fotografata fino a diventare uno standard visivo.
La sposa salva un arco. Poi una mise en place. Poi una composizione floreale. Poi un tableau de mariage. Poi un’altra cerimonia.
Poi un matrimonio completamente diverso dal precedente. Alla fine arriva dalla wedding planner con una board composta da decine — a volte centinaia — di immagini e dice: “Mi piace questo.”
E la domanda diventa inevitabile: cosa dovremmo fare con tutto questo materiale?
È proprio da qui che nasce, secondo me, il grande equivoco su Pinterest. Il problema non è Pinterest. Il problema è considerare ciò che vediamo su Pinterest come una raccolta di soluzioni da utilizzare invece che come un insieme di informazioni da interpretare.
Una Pinterest board non è un progetto
Partirei da questa distinzione. Una board può contenere moltissime informazioni sul gusto, sulla sensibilità e sulle aspettative di una coppia. Ma non è ancora un progetto. E soprattutto non è necessariamente una lista della spesa. Quando una cliente salva dieci tavoli lunghi, la conclusione più immediata potrebbe essere: “Vuole un tavolo imperiale.” Forse. Ma potrebbe anche non essere così. Potrebbe essere attratta dal modo in cui le persone siedono insieme.
Dalla continuità visiva. Dalla sensazione di vicinanza. Dall’idea di una cena condivisa. Da quella particolare forma di convivialità. Il tavolo lungo è ciò che vediamo. La convivialità potrebbe essere ciò che lei sta cercando. La differenza sembra piccola. Progettualmente, invece, è enorme. Perché se il desiderio è “un tavolo lungo”, le possibilità sono relativamente limitate.
Se il desiderio è “convivialità”, possiamo lavorare sulla disposizione degli ospiti, sul servizio, sulla distanza tra le persone, sulla luce, sulla sequenza della cena, sui rituali, sulla relazione tra tavoli e spazio. Abbiamo improvvisamente molte più possibilità. Ed è proprio qui che il lavoro della wedding planner può passare dall’esecuzione all’interpretazione.
La cliente comunica attraverso le immagini
C’è un altro aspetto che credo sia importante considerare. Non possiamo aspettarci che una coppia sappia utilizzare il nostro linguaggio progettuale. Una cliente difficilmente arriverà dicendo: “Vorrei lavorare sulla matericità, con una prevalenza di superfici opache, forme organiche e un ritmo visivo irregolare.” Probabilmente ci mostrerà una fotografia. Ed è perfettamente normale. Le immagini sono diventate uno dei modi più immediati con cui comunichiamo ciò che desideriamo.
Il punto, quindi, non dovrebbe essere convincere le coppie a smettere di usare Pinterest. Dovrebbe essere diventare più capaci di leggere quello che stanno cercando di comunicarci attraverso Pinterest. Quando una sposa salva continuamente lino, ceramiche imperfette, carta materica, legno e superfici naturali, forse non sta semplicemente scegliendo cinque materiali.
Potrebbe esserci una sensibilità verso: la tattilità, l’imperfezione, l’artigianalità, la naturalezza.
Quando salva immagini piene di candele, luci basse, ombre morbide e spazi raccolti, forse non sta chiedendo semplicemente “tante candele”. Potrebbe cercare: intimità. E se continuiamo a guardare soltanto l’oggetto, rischiamo di perdere proprio l’informazione più preziosa.
La domanda che cambia il processo
Per questo c’è una domanda che trovo molto più interessante di: “Come possiamo realizzare qualcosa di simile?”
La domanda è: “Cosa ti piace davvero di questa immagine?”
E spesso non mi fermerei nemmeno alla prima risposta. “Le candele.”
Cosa ti piace delle candele?
“La luce che creano.”
Cosa ti piace di quella luce?
“Mi sembra tutto più raccolto, più caldo. Le persone sembrano vicine.”
A quel punto siamo passati da:
CANDELE a: LUCE a: CALORE a: INTIMITÀ.
Ed è successo qualcosa di molto importante.
Abbiamo smesso di parlare di un oggetto e abbiamo iniziato a parlare di un’esperienza.
Dall’oggetto al codice
Questo passaggio è, per me, uno dei più interessanti nel processo di design.
L’oggetto è visibile.
Il codice è ciò che dobbiamo imparare a riconoscere.
Un arco può essere:
una soglia,
una cornice,
una verticalità,
un elemento di focalizzazione.
Un tavolo lungo può raccontare:
continuità,
condivisione,
convivialità.
Una ceramica irregolare può parlare di:
artigianalità,
materia,
imperfezione.
Una composizione floreale molto organica può suggerire:
movimento, spontaneità, natura.
Naturalmente non esiste una traduzione automatica.
Una candela non significa sempre intimità.
Un tavolo lungo non significa sempre convivialità.
Ed è proprio questo il punto.
Il design richiede interpretazione.
Dobbiamo osservare l’insieme, trovare le ricorrenze e capire quali relazioni stanno costruendo la percezione.
Il vero rischio di Pinterest non è la copia
Si parla molto di Pinterest come causa dell’omologazione dei matrimoni.
In parte è comprensibile.
Se migliaia di persone vedono le stesse immagini, alcuni elementi finiscono inevitabilmente per diventare ricorrenti.
Ma credo che il problema più profondo non sia vedere le stesse immagini.
È utilizzarle nello stesso modo.
Possiamo guardare tutti la stessa fotografia e arrivare a progetti completamente differenti se sappiamo interpretarla.
Al contrario, possiamo cercare ossessivamente immagini “mai viste” e continuare comunque a progettare nello stesso modo.
La vera originalità, quindi, non nasce necessariamente dalla ricerca di una reference che nessun altro abbia ancora trovato.
Nasce dalla capacità di trasformare.
Pinterest non deve progettare al posto nostro
Questo è forse il punto che mi interessa di più.
Pinterest può essere straordinariamente utile.
Può aiutarci a comprendere una cliente.
Può diventare uno strumento di conversazione.
Può mostrarci ricorrenze che la coppia stessa non ha ancora riconosciuto.
Può far emergere sensibilità, atmosfere, materiali, rapporti tra pieni e vuoti, modi di vivere lo spazio.
Ma a un certo punto dobbiamo riuscire a chiuderlo.
Perché se per ogni scelta progettuale abbiamo ancora bisogno di trovare un’immagine che ci dica come realizzarla, allora non stiamo più utilizzando Pinterest come riferimento.
Stiamo permettendo a Pinterest di progettare al posto nostro.
La domanda che mi farei è quindi molto semplice:
Se eliminassi tutte le fotografie della board, saprei ancora spiegare cosa stiamo cercando di creare?
Se la risposta è sì, probabilmente abbiamo iniziato a costruire una vera direzione.
Da 30 immagini a 5 parole
Immaginiamo una board composta da trenta fotografie.
Invece di scegliere le cinque che ci piacciono di più, proviamo a cercare ciò che ritorna.
Troviamo:
tavoli lunghi,
lino,
ceramica,
fiori irregolari,
luce bassa,
candele,
legno,
carta naturale.
A questo punto eliminiamo mentalmente gli oggetti.
Cosa rimane?
Forse:
CONVIVIALITÀ
MATERICITÀ
ORGANICITÀ
INTIMITÀ
ARTIGIANALITÀ
Trenta immagini sono diventate cinque codici.
E adesso arriva la parte più interessante.
Perché quei cinque codici possono essere tradotti in moltissimi modi.
Il codice è più importante dell’oggetto
Se il codice è convivialità, non devo necessariamente utilizzare il tavolo visto su Pinterest.
Se il codice è intimità, non devo necessariamente utilizzare quelle candele.
Se il codice è artigianalità, non devo necessariamente acquistare la stessa ceramica.
Posso cambiare l’oggetto mantenendo il significato.
E quando riesco a farlo, inizio finalmente ad allontanarmi dalla copia.
Non sto più chiedendo:
“Come posso rifare questa immagine?”
Sto chiedendo:
“In quale altro modo posso raccontare la stessa cosa?”
Questa, per me, è una domanda di design.
Il futuro non richiede meno Pinterest. Richiede più capacità progettuale.
Oggi abbiamo accesso a una quantità di immagini che sarebbe stata impensabile soltanto pochi anni fa.
E con gli strumenti di intelligenza artificiale la quantità di immagini, suggestioni e possibilità continuerà ad aumentare.
La scarsità non è più il problema.
Non abbiamo bisogno di altre immagini.
Ne abbiamo già troppe.
La competenza che acquisterà sempre più valore sarà un’altra:
saper scegliere, interpretare, collegare e trasformare.
Per questo non credo che Pinterest sia il nemico della wedding planner.
Può diventarlo soltanto quando smettiamo di interpretare e iniziamo a eseguire.
Pinterest ci può dare le immagini.
Ma il linguaggio dobbiamo costruirlo noi.
E forse il vero salto professionale avviene proprio qui:
non quando impariamo a trovare un’ispirazione migliore,
ma quando impariamo a non avere più bisogno di copiarla.
Pinterest può essere il punto di partenza.
Non dovrebbe mai essere il punto di arrivo.
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